LA STORIA DEI PAPPAMUSCI

DI  FRANCAVILLA FONTANA

Un pellegrinaggio nella memoria di una terra antica come il Salento, in Puglia, e la presenza di riti, di fede, in una sorta di itinerario di purificazione e perfezione. È questo il significato più vero del pellegrinare dei pappamusci di Francavilla Fontana.
"Li pappamusci", perché così li chiamano da queste parti, prendono il nome dal greco antico, forse ad indicare il "prete nero" o "prete lento, silenzioso". C'è chi invece ritiene l'origine del nome, dalla lingua spagnola e individua nei pappamusci, i "papamoscas", cioè gli sciocchi.In realtà ogni cappuccio bianco ha un volto, una colpa da espiare, una preghiera da intercedere, un voto da esaudire.Queste pie pratiche della Settimana Santa portano ancora il ricordo di tradizioni e liturgie di fede, proprie di ordini religiosi come i Carmelitani, i Domenicani e i Francescani.
Più di tutti, però, l'influenza dei Gesuiti che portarono nel sud, sotto la corona di Spagna, un particolar modo di sentire e vivere i giorni della Settimana Santa.
Alla loro istruzione si deve la creazione, tra Cinquecento e Seicento, di Confraternite e Associazioni Pie nei cui abiti, vesti, mozzette e cappucci, nella cui gestualità devozionale, si ripetono pratiche e modelli religiosi di chiara impronta spagnola.

Gli incampucciati penitenti di Francavilla Fontana, questi confratelli della Congregazione del Carmine, ne sono l'esempio più singolare. Dalle prime ore pomeridiane del Giovedì Santo, per tutta la notte, fino al tramonto del Venerdì Santo, attraversano a piedi il paese, di chiesa in chiesa, per far visita e per sostare, in preghiera, davanti ai Sepolcri, dove riposa il Cristo morto.
Nel loro peregrinare riprende vita il motivo del pellegrinaggio, dal medioevo ad oggi, fino al recente Giubileo con il fare penitenza attraverso il cammino, portando magari la Croce, ripercorrendo idealmente e fisicamente la strada del Calvario, alla continua ricerca del perdono divino.
Sono sempre in due, a piedi scalzi, per queste strade, quasi a farsi compagnia, con la veste bianca, a volte semplice, a volte ricamata. Alla cintura il cingolo, simbolo del sacrificio; sul petto lo scapolare, l'abitino color marrone, segno dell'appartenenza alla Confraternita e privilegio, anzi "Decor Carmeli", proprio del Carmine. C'è anche il cappello, ad indicare il rispetto e l'ossequio del pellegrino.
Il cappuccio invece nasconde il volto, l'anonimato, mentre accompagnano il passo sgranando il rosario e appoggiandosi al bordone, il bastone dei pellegrini, di ogni tempo.
Ogni gesto è un rito, passato di padre in figlio, vera e propria liturgia non scritta, ma ogni anno riproposta, per commozione, come se fosse un atto di fede da ripetere nel tempo.
Nenie, canti funebri e di dolore, silenzio e preghiera, fanno poi il resto, come se Francavilla Fontana, in questi due giorni, uscisse fuori dal tempo.
Qui sta anche il senso della Processione del Venerdì Santo, la processione dei Misteri con la commovente statua del "Cristo sotto la croce", detto "Cascata" e del continuo camminare col peso e col dolore della croce.
Nel muto silenzio la sofferenza si fa ancora più forte e la processione si trasforma in penitenza, testimonianza vera del sacrificio, delle piaghe sulle spalle, delle mani e dei piedi sporchi e sanguinanti.
Più pesanti sono le croci, maggiore è la richiesta di perdono mentre le travi si strascicano lente sull'asfalto, tra due ali incuriosite di folla.
Questa è la Settimana Santa a Francavilla Fontana, tra le più sentite e vissute in tutta la Puglia, in tutto il sud.Una cosa è certa: di questi pappamusci non sapremo mai i nomi, perché anche le pagine dei registri verranno distrutte subito dopo la processione.
Chi sono allora questi penitenti del Duemila, questi pellegrini dei giorni nostri? Chi lo sa! Ricchi o poveri, commercianti o contadini, medici o artigiani, di città o delle campagne, forse francavillesi, emigrati e ritornati qui da Torino, dalla Germania, dal Lussemburgo, o dal Venezuela. Chissà, ma questo non è importante.
Ci basta il cappuccio bianco calato sul volto, e i loro occhi, assorti nel mistero dell'immenso, tra passato, presente e futuro, che solo nei giorni del Giovedì e del Venerdì Santo, ogni anno, si ripete.